Euro e squilibrio di Alessandro De Giuli
Aprire un approfondito dibattito
sulla permanenza nell’euro dovrebbe essere un dovere di ogni
organizzazione della sinistra e questo per vari motivi tra i quali il
principale mi pare sia ben sintetizzato da questo grafico.
Il grafico riporta l’andamento
(dati OCSE cioè garantiti) dei salari reali in Italia e in Germania
a partire dall’introduzione dell’euro. Cosa ci dice? Che i
lavoratori tedeschi hanno visto, negli ultimi dieci anni, diminuire i
loro salari e gli italiani hanno mantenuto il loro potere d’acquisto.
I dati, che provengono dall’annuale
resoconto della Banca Mondiale (World Economic
Outlook), dicono che mentre i lavoratori tedeschi vedevano i
loro salari diminuire, molti di loro erano anche disoccupati, almeno
più che i loro pari in Italia e questo fino al 2007 quando la crisi
ha scompaginato un po’ i giochi.
In sostanza i due grafici ci
mostrano che, facendo il paragone tra due grandi Paesi
dell’area euro, i due più
industrializzati, la moneta unica ha comportato pochi vantaggi in
termini occupazionali e qualche svantaggio in termini salariali: già
questo dovrebbe portarci ad aprire un dibattito a sinistra.
Ma c’è di più: il Paese che
sembra stare meglio in termini di crescita, la Germania, è il Paese
che più ha pagato in termini di perdita di potere d’acquisto dei
lavoratori.
La sinistra farebbe bene ad
interrogarsi per capire se nel trattato di istituzione della moneta
unica, l’accordo di Maastricht,
non si celi un meccanismo
perverso e antioperaio in base al quale ogni Paese dell’Unione
Monetaria, più che porsi come un leale partner economico degli altri
membri non si trasformi, in virtù della reale struttura del
trattato, in un rivale in una guerra economica dove, ogni battaglia,
per essere vinta, non possa non comportare una riduzione dei salari.
Le aziende italiane competono con
quelle tedesche negli stessi settori merceologici (auto, macchinari
industriali, chimica farmaceutica, siderurgia ecc…) e negli stessi
mercati (Unione Europea, USA, Asia).
Da sempre l’inflazione italiana, e
degli altri Paesi europei, è un po’ più alta di quella tedesca
come mostra questa tabelle che riporta i dati del Fondo Monetario
Internazionale.
Cosa vuol dire? Semplice: guardando
la riga che si riferisce all’Italia, si vede che, nel decennio
dell’euro, l’inflazione nel nostro Paese è stata ogni anno più
alta di quella tedesca dello 0,7%.
Non è molto ma ha una seria
conseguenza? Se un manufatto italiano (un trapano elettrico ad
esempio) ed uno simile costruito in Baviera venivano prodotti nel
1999 allo stesso prezzo, mettiamo 100 euro, l’anno dopo, se quello
bavarese era sempre a 100 euro, quello italiano costava 100,07 euro,
l’anno seguente 100,14 e così via, fino a che l’italiano finiva
per costare, nel 2011, 100,8 euro.
Ora ditemi: se al supermercato vi
trovaste davanti un trapano tedesco a 100 euro e uno italiano un poco
più caro, quale comprereste?
Ma chi ha pagato questa minore
inflazione? Se torniamo con la mente ai dati sui salari reali forse
cominciamo ad avere un prima risposta.
La Germania dunque, negli anni
dell’euro, ha diminuito i salari interni e ha mantenuto una
disoccupazione alta per costruire un vantaggio commerciale sugli
altri Paesi dell’euro. Ma come hanno potuto accettare i tedeschi
una situazione del genere?
Mentre l’Italia diminuiva
faticosamente il proprio debito, la Germania lo aumentava del 10%.
Perché? Per sovvenzionare i disoccupati creati dal proprio sistema
economico e al contempo mantenere bassi i salari.
Il risultato di alta disoccupazione,
bassi salari e debito pubblico in crescita è stato un boom delle
esportazioni tedesche. Abbiamo, in sostanza, tutti comprato trapani
(e auto e altri prodotti) tedeschi.
Guardate questo grafico, mostra
l’andamento del commercio di prodotti e servizi della Germania
verso il mondo (world), l’area dell’euro e l’Europa non euro
(tipo Regno Unito).
Quindi noi (e il mondo) compriamo
prodotti tedeschi perché costano meno, e questo dipende dal fatto
che i lavoratori sono pagati poco e lo Stato sostiene, indebitandosi,
un livello relativamente alto di disoccupazione grazie ai sussidi. La
conseguenza di tutto ciò sono gli enormi debiti delle banche
italiane europee e mondiali verso le banche tedesche. Avete presente
cosa è successo in Grecia e in Spagna e cosa succede in Italia? Le
banche hanno enormi debiti con le banche tedesche.
Certo, perché se io compro un
trapano tedesco, il trapano parte dalla Baviera e viene in Italia e,
al contempo, 100 euro devono partire dall’Italia per andare in
Germania. Naturalmente il trasferimento monetario avviene tramite
banche che non è che si scambiano i biglietti da cento euro ma
segnano sui libri contabili di avere rispettivamente un debito e un
credito.
Se poi una azienda italiana vende un
trapano in Germania succede la cosa contraria e il debito (e il
credito) precedenti vengono cancellati.
Ma siccome si vendono più prodotti
tedeschi in Italia (e in Grecia e in Spagna) che non il contrario, i
debiti verso la Germania crescono sempre di più.
In sostanza il meccanismo dell’euro
comporta degli enormi squilibri commerciali, che diventano squilibri
finanziari (i famosi debiti delle banche) che alla fine esplodono in
gigantesche crisi.
Quindi i bassi salari dei lavoratori
tedeschi sono l’inizio di una catena che induce squilibri
commerciali e termina con crisi finanziarie e la bancarotta delle
banche quando queste non riescono più a ripagare i debiti con le
loro controparti in Germania.
A questo punto devono intervenire
gli Stati che, per non far saltare tutto il sistema finanziario (e
per ripagare le banche tedesche creditrici) tirano fuori i soldi e
salvano le banche, ma a che prezzo?
Di solito la diminuzione dei salari
statali, delle pensioni, la svendita del patrimonio pubblico e il
taglio dei servizi sociali. Insomma quello che sta succedendo in
Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e purtroppo anche in Italia.
Non è un bello spettacolo,
certamente poco di sinistra, poco equo, poco solidale e
apparentemente sufficiente per aprire un dibattito serio, senza
scomuniche e senza grida e naturalmente senza sentimenti
antitedeschi.
I lavoratori della Germania sono ,
come abbiamo visto, le prime vittime del trattato di Maastricht e
dell’euro. Sono stai semmai gli astuti capitalisti tedeschi che ci
hanno finora guadagnato.
Se non siete ancora convinti
guardate questo grafico che mostra l’aumento della produttività
dei lavoratori tedeschi rispetto alla crescita del loro salario, un
tempo si sarebbe chiamato tasso di sfruttamento
La produttività dei lavoratori
durante il decennio dell’euro (ma anche prima) è cresciuta molto e
visto che i salari, come abbiamo visto sopra, sono calati in termini
reali, ne consegue che i lavoratori non ci hanno guadagnato nulla.
Complimenti dunque al sistema
Germania, ha mostrato di funzionare bene ma purtroppo a danno dei
propri lavoratori e del resto dei suoi partner europei.
A giudicare sul ristagno della
produttività degli italiani pare che da noi, dall’ingresso
dell’euro, si sia smesso del tutto di investire.
Ci sono certamente altre questioni
da affrontare riguardo l’eventuale rottura dell’euro, per esempio
il costo che l’operazione comporterebbe per il debito pubblico o le
conseguenze indotte dal probabile deprezzamento della nuova valuta
rispetto al dollaro. Non c’è modo di affrontare questi argomenti
in questo spazio ma una cosa è certa: un sistema come quello
attuale, che genera enormi squilibri, non è un sistema a lungo
sostenibile; gli avvenimenti europei di questi ultimi due o tre anni
lo stanno a dimostrare, lo smantellamento in atto di gran parte del
sistema industriale del nostro Paese lo sottolineano (specie se siamo
in cassa integrazione) e, visti anche gli allarmi lanciati da tempo
da numerosi premi Nobel (Krugman e Stiglitz ad esempio), dovrebbero
indurre anche la nostra pigra, scalcagnata e approssimativa sinistra
a cercare di vederci più chiaro, discutendone.
Per saperne di più
http://goofynomics.blogspot.it
Il Blog di Alberto Bagnai Professore di economia all’Università di
Pescara da cui sono tratte gran parte delle informazioni del post.
http://vocidallagermania.blogspot.it/
Un interessante antologia sugli articoli della stampa tedesca spesso
in materia di euro.
http://temi.repubblica.it/micromega-online/l’euro-e-ormai-un-morto-che-cammina-occorre-tentare-una-exit-strategy-“da-sinistra/
Il punto di vista di Emiliano Brancaccio Professore di Economia
all’Università del Sannio
http://www.presseurop.eu/it/content/article/2648351-paul-krugman-l-euro-e-campato-aria
Il punto di vista di Paul Krugman ,premio Nobel per l’economia
2008, in merito all’euro.
http://www.youtube.com/watch?v=2Z8IsUtaEoI
Un video di Alberto Bagnai che presenta il suo libro “Il tramonto
dell’euro”.





Di questo ero all'oscuro,ma come sempre un valido aiuto per tutti quelli che ne vogliono sapere di piu e non si fermano solo a quello che ci viene propinato dai media tradizionali
RispondiEliminaContributo inviato da Carlo
RispondiEliminaI dati sono corretti. Le interpretazioni possono cambiare. Si può affermare ad es che la produttività in Italia è bassa a causa di scarsi investimenti, vincoli legislativi etc, quindi Stato corrotto e rapinatore.
Io credo che se si vuol ragionare senza pregiudizi, occorre partire capendo cosa sono i saldi settoriali. Una volta viste le relazioni fra saldi estero, pubblico e privato, si capisce il ragionamento di Keynes.
Lo Stato deve fare politica economica anticiclica. In caso di recessione deve sostenere la crescita con la spesa pubblica, in caso di espansione tenere la crescita sotto controllo riducendo la spesa ed aumentando il carico fiscale.
Ovviamente sarebbe assurdo che lo Stato incrementasse la spesa pubblica riprendendosi questo incremento con le tasse. Le tasse sono un sistema di controllo e di indirizzo della spesa dei privati, nonché un formidabile strumento di redistribuzione. Ma quando il paese è in decrescita lo Stato deve investire e ridurre le tasse, globalmente. Se lo Stato tassa per investire, il gioco è a somma nulla, si ha solo redistribuzione senza spinta alla crescita.
La distribuzione di investimenti e tassazione sono quello che poi qualifica la governance: di destra o di sinistra. Ci sono arrivato tardi a capire, ma i partiti che appoggiarono il governo Prodi erano TUTTI partiti di destra, perché di destra erano le politiche dispiegate.
Questo è quello che mi ha anche impedito di votare per Rivoluzione Civile, che cercava l’accordo col PD, che cercava l’accordo con Monti, per continuare con le politiche di destra.
Devo dire che Fassina dice e scrive tutto con lucidità impareggiabile. Basta leggere le prime pagine del documento ufficiale del PD scaricabile dall’indirizzo che segue per trovare tutto della nostra crisi e delle ricette neoliberiste che ci propinano per “risolverla” (spennarci e basta, in realtà).
http://www.partitodemocratico.it/doc/235904/seconda-conferenza-nazionale-per-i-lavoro-napoli-15-giugno-2012.htm?t=/aree/speciale/seconda_conferenza_nazionale_lavoro/documenti/dettaglio.htm
Fassina ha dichiarato che il pareggio di bilancio in costituzione è un errore e che “non potendo svalutare la moneta si svaluta il salario.
E’ cosa che deriva immediatamente dalla banale aritmetica dei saldi settoriali: se lo stato pareggia il bilancio la sola possibilità di crescere è esportare, perché il mercato interno si ferma (gira ricchezza a livello costante), per esportare occorre essere competitivi ed abbassare i salari, per abbassare i salari, per la legge della domanda e dell’offerta, occorre aumentare la disoccupazione. Elementare Watson. Purtroppo ci sono quelli che non riescono a crederci neanche se glielo dice uno dei sodomizzatori. Poiché quindi il pareggio di bilancio favorisce la disoccupazione quando imposto “ideologicamente” la nostra Repubblica non è più fondata sul lavoro ma sulla rendita finanziaria.
Ed anche qui c’è una bella storiella del 1981 interpretata a nostro danno da Andreatta e tale Ciampi, che ho definitivamente cancellato dalla lista degli uomini retti.
Comunque la moneta sovrana è attualmente un bel guazzabuglio di interpretazioni ed una moneta come l’euro, che ha una filosofia degenere (quella del pareggio di bilancio) è ancora più controversa (non per chi ci guadagna, almeno per ora).
Sempre su economia politica e ruolo dell'euro segnalo articoli di Giacchè e di Cesaratto
RispondiEliminahttp://www.cambiaresipuo.com/se-non-si-cambia-strada-l-euro-%C3%A8-segnata-intervista-a-v-giacch%C3%A8/
http://sinistrainrete.info/teoria-economica/2698-sergio-cesaratto-quel-salto-mortale-nel-buio.html